Dopo ogni salita c’è una discesa
Dopo ogni salita c’è una discesa
Io lo dico.
Lo dico spesso.
Le moto mi odiano. E la natura, per il fatto di avermi fatto bellissimo e intelligentissimo, adesso vuole che paghi dazio…
Tutto è cominciato il 24 dicembre 2005 alle 18:00, quand’ero ancora sobrio e cosciente delle mie azioni. Avevo deciso che il più bel regalo di Natale sarebbe stata una bella uscita in solitaria la mattina del 25. Dopo che l’ultimo cliente ritardatario è uscito dal negozio con in busta un aggeggio per il karaoke e 200 euro in meno, mi sono fiondato in garage a dare la notizia a Moana (la mia vu-erre, battezzata così perch� mi fa godere tantissimo). Mentre le bisbigliavo dei miei progetti, attento a non farmi sentire da quella stronza della mia vespa iettatrice, ella ha premunito non partendo alla prima botta di kick.
Che minghia vor dì?
Non dovevo uscire?
Ero troppo imprisciato (leggi: entusiasta). Me ne son fottuto.
Infatti…
Appena sveglio, l’unica cosa che mi divideva dalla mia uscita in solitaria era un lungo pisciatone dovuto agli ettolitri di birra ingeriti qualche ora prima. Fresco come una banana marrone, mi metto in ghingheri e scendo in garage. Non prima di essermi accertato che quel peso che avevo dentro non era n� lo scrupolo per essermi limonato la sorella del mio amico, n� una cagata immane…ma solo una innocua ma sterminatrice scorreggia. Meglio farla prima di entrare in ascensore….
Metto in moto.
Metto il casco.
Metto i guanti.
Tolgo i guanti.
Tolgo il casco.
Spengo la moto.
Ho scordato le chiavi di catena e bloccasterzo a casa.
La vespa sogghigna. La stronza. Prima o poi la vendo e mi faccio lo scuter. ‘fancubo.
Segno premonitore…?
Tutto da rifare.
Finalmente sono in sella. L’aria fresca (fresca un caxxo, si gela!) si insinua tra casco e occhiali.
Decido che il Bosco Difesa Grande oggi sarà violato da uno zelante motociclista provetto.
Dopo qualche km di (maledetto) asfalto eccomi al cospetto della prima salita. In curva. Corta ma insidiosa. Poca rincorsa e via. Cominciamo bene. Nessun problema.
E così andiamo avanti tra pozzanghere, piccoli salti (non perch� piccoli ma perch� sono io che sono un cesso a saltare) salite e discese. E bei panorami. Che bello!!
Mi compiaccio. Ho avuto un’ottima idea. Il tempo passa, i km pure e mi ritrovo davanti a quella bastarda di una salita che non sono mai riuscito a vincere. Radici, gradoni, pendenza, io che sono un cesso…ma oggi è Natale. Sono sicuro che madre natura e zio cubo (leggi: sedere, fortuna) rispettivamente mi spingeranno e tireranno fin su in cima.
Siamo uno di fronte all’altra. Ci osserviamo. Io percorro mentalmente una traiettoria da seguire. Come i motociclisti seri.
In sella.
Prima, seconda…si comincia a salire.
Primi metri.
Sono in piedi sulla moto e premo sulle pedane (mi hanno detto di fare così).
La moto va che sembra uno stambecco arrapato che insegue la femmina.
Io cerco di non pensare a niente altro che all’obiettivo: la cima.
Radici che mi fanno perdere l’anteriore. Pietre e gradoni che mi fanno sobbalzare. Botte tremende sotto il carter….ma vado.
Comincio a perder giri.
Scalo.
Si riparte.
Gioco di frizione.
Mi sento un grande….forse ce la farò. Non forse. Ce la sto facendo. Ce l’ho fatta!!!
Sono in cima.
Mi sento come quando ho fatto l’amore la prima volta: un uomo.Stanco, sporco ma felice! E tutto è finito troppo presto.
Ho vinto.
Ma i segni premonitori bisogna considerarli. Sempre.
Salendo una pietra o qualcos’altro mi ha fatto saltar via mezza leva del freno posteriore.
Sembrerebbe una cazzatina…se non fossi in cima ad una salita che devo ridiscendere.
E a valle, dopo un paio di metri di pianura c’è un’atra discesa tutta tempestata di alberelli secolari e fitti fitti.
Natale un caxxo! Qui nessuno ti regala niente. Do ut des. La natura mi ha permesso il salitone ora vuole il mio cuBo.
Penso a qualche soluzione.
Provo a cercare il pezzo mancante. Lo trovo.
Provo a fissarlo col nastro americano. Soluzione imbarazzante. Ma almeno ci ho provato.
Penso di simulare un malore e a chiamare il 118 con l’elicottero. O i pompieri.
Ma è Natale. Non per altro…
….ma perch� non ci ho pensato prima?!?!!
Scendo la moto a mano, spenta, con la marcia inserita magari.
Che genio.
Comincia la discesa. Piano…piano…pianoooooooooooooo….
Troppa la pendenza, troppa la paura, troppa la stanchezza, troppa la pretesa.
Perdo la moto di mano. Ella scivola, scivola e scivola di lato. Giù, sempre più giù.
Poi incontra sulla sua strada una signora pietra che, a parte chissà che danno avrà fatto, funge da fulcro ad un principio di cappottamento con relativi capitomboli. Ogni capriola è un anno di vita in meno. La seguo con lo sguardo finchè non supera la viuzza a valle , scende per un altro po’ di metri e si schianta contro un pino, che meno male che stava li.
Rimango immobile e mentre un terzo del mio cervello fa un conteggio approssimativo dei danni, l’altro terzo pensa come potrò fare a tornare a casa, ma ancor meglio, a recuperare la moto.
L’altro terzo è in assistenza.
Scendo fino a quella che era la mia moto. Cerco di riaddrizzarla. Non voglio vedere che s’è fatta. Voglio solo cercare di metterla in moto e scappar via, lasciandomi alle spalle il ricordo di questa tragedia. Non parte. Non parte. Non parte. Non…….siiiii….parte!!!
Risalgo i pochi metri che mi separano dalla “strada” e cerco di mettermi in sella. Tremo ancora.
Il manubrio è storto e c’è fango dappertutto. Anche nei miei pantaloni…no…ehm…quella è merda.
Mbè, vuoi mettere lo spavento…
Comunque ripartiamo alla volta di casa. Garage. Oggi è Natale, i danni si contano domani, anzi dopodomani. Ma con la coda dell’occhio ho già notato il radiatore storto e alcune plastiche…sigh!
Inoltre sono ferito dentro ma al tempo stesso fiero di aver raggiunto la vetta.
Mangiamoci su.
Michele
PS: caro Babbo Natale, se potessi ripassare da casa a riprenderti il maglione e la sciarpa e magari lasciarmi una busta con i contanti, che devo passare dal meccanico….
